Flumina et urbes: annales investigationis

  A Mantova un bosco post-industriale, da vivere e sostenere

Lo scorso 20 agosto 2020 ho avuto il piacere di accompagnare il prof. Giorgio Osti e la ricercatrice Caterina Bracchi, in un primo giro alla scoperta di una parte del territorio mantovano, per meglio comprendere le dinamiche tra fiume, città e associazionismo locale. La giornata è stata ben riassunta nel precedente articolo pubblicato da Caterina in questo blog. Lo scopo di questo successivo e breve racconto vuole idealmente anticipare il secondo giro, che dovrà meglio indagare le potenzialità e le criticità della parte bassa dei laghi, quella di cui non si parla di balneabilità e che ancora soffre di un consistente inquinamento di metalli pesanti e idrocarburi, dovuti agli oramai dismessi impianti dell’ex-raffineria, adiacente alle acque dei laghi.

Per meglio comprendere il rapporto che una città instaura con l’acqua, è doveroso capire cosa avviene e cosa fermenta sulle sue sponde. Nel 2018 viene presentato al World Forum on Urban Forest di Mantova il progetto del primo Bosco Post-Industriale sulle rive del lago, in un’area adiacente all’ex-raffineria IES. Successivamente ne scaturisce un’iniziativa di crowdfunding per la raccolta di fondi necessari per la piantumazione del lotto. Il bosco sorge su di un terreno privato di circa 13 ettari il cui obiettivo è rendere l’area fruibile e di libero accesso al pubblico. L’intervento, in fase di realizzazione, sarà necessariamente progressivo ed il programma delle attività prevederà molteplici usi e funzioni (da quello sportivo e ludico a quello produttivo), oltre che affiancarsi all’attività agricola urbana di tipo non alimentare.

Sarà un’area boschiva aperta ed accessibile alla cittadinanza, facile da raggiungere ed esplorare a piedi o in bicicletta. Il progetto nasce come un’iniziativa corale e collettiva, chiunque può far parte del Bosco Post Industriale, prendersene cura ed arricchirlo con iniziative ed occasioni per ricordarci che noi stessi siamo parte della natura. I partner principali, che hanno lanciato la proposta, sono molteplici e di natura differente: innanzitutto la Società Agricola Il Platano, proprietaria del terreno; Osun WES società che si occupa di ricerca ed economia sistemica; l’Associazione R84, che gestisce il progetto R84 Multifactory; il Centro Studi per l’Economia Sistemica, di cui faccio parte, che ragiona sul Bosco come occasione di sviluppo e protagonismo giovanile; ed infine per gli aspetti più tecnici e paesaggistici l’architetto Marco Masotto, uno dei primi ideatori del progetto, che ha a cuore la riva sinistra sin dai tempi dell’Università.

Questo bosco non ha solo un valore ambientale e non produce solamente servizi ecosistemici ma ha anche una matrice collettiva e di visione condivisa. Per questa ragione è più di un progetto di riqualificazione e rigenerazione, è la rappresentazione di una voce comune, della volontà di molte persone e realtà che credono nell’importanza di questo luogo. Il Comune di Mantova, ad oggi, non ha nessun ruolo attivo nell’iniziativa ma osserva con attenzione il suo evolversi perché consapevole di possedere molte aree comunali peri-urbane nelle stesse condizioni di sotto-utilizzo.

Il modello di sviluppo orizzontale alla base del progetto, è quello già messo in pratica dalla Multifactory mantovana di R84, che come Centro Studi stiamo analizzando affinché possa essere replicato anche in ambiti e contesti differenti, tipo quelli rurali. Le figure presenti sul territorio, dal singolo cittadino ad altre associazioni o enti, daranno vita a progetti condivisi, dove la dimensione del “dono” non è solamente rappresentata da un trasferimento di denaro ma è quella di acquisire un ruolo attivo nel mantenimento e nella cura del bene comune oggetto di sviluppo. Crediamo che i privati, riuniti in progetti coordinati, possano incidere radicalmente sulla società e sul territorio. L’iniziativa privata può rendere migliore il mondo del quale facciamo parte, perché la “cosa pubblica” altro non è che “la cosa di tutti noi” e se ciascuno mette piccole o grandi risorse al servizio di tutti, il risultato può essere straordinario.

Dunque partendo dai margini, le sponde del lago, potremo creare nuovi servizi e benefici non solo alle persone ma a ciò che sta al centro, cioè alle acque del Mincio, estendendo così, attraverso progettualità differenti, il dibattito locale dalle acque del lago superiore a quelle del lago di mezzo ed inferiore.

Francesco Galli, CSES – Centro Studi per l’Economia Sistemica

A spasso lungo il Mincio nell'afa di agosto

Mantova è così piena d’acqua, che quando mi è stato chiesto di collaborare ad una ricerca sulle città e il loro rapporto col fiume mi è quasi preso il panico. Poi lo scorso 20 agosto con Giorgio Osti e Francesco Galli abbiamo costeggiato una piccola parte di quelle vie d’acqua che circondano Mantova e ne costellano le campagne circostanti, e l’emergere dei primi conflitti dalle parole di chi quell’acqua la vive, vi ha acceso e voglia di approfondire.

Si fatica a dire che Mantova è “attraversata da un fiume”, che poi sarebbe il Mincio, emissario del Lago di Garda a Peschiera e affluente del Po a Governolo, perché quelli che si snodano su tre lati della città sono veri e propri laghi. Questi laghi artificiali, prodotti dall’opera di ingegneria idraulica di Alberto Pitentito nel XII sec, oltre a definire lo skyline di Mantova come lo conosciamo oggi, hanno determinato la creazione di tutta l’area umida e di palude a nord di Mantova che costituisce oggi parte integrante del Parco del Mincio, Ente Regionale preposto alla conservazione del paesaggio e della ricchezza di biodiversità di una delle aree protette più estese e importanti d’Italia.

È stato proprio a nord di Mantova, nella frazione di Rivalta sul Mincio (comune di Rodigo), dove è iniziato il nostro viaggio trasversale a due ricerche, una sul rapporto della città di Mantova col fiume e l’altra sul volontariato fluviale. L’incontro con l’Associazione Pro Loco “Amici di Rivalta”, ente senza scopo di lucro focalizzato su ecoturismo e promozione ambientale, ha infatti permesso di avvicinarci a temi di estrema rilevanza per entrambe le ricerche, facendo emergere conflitti e contraddizioni nella gestione dell’acqua del Mincio, da Peschiera fino a Mantova.

Se da un lato, infatti, lo scrigno di biodiversità dell’Area Protetta delle Valli del Mincio – tutta l’area che da Rivalta si estende fino ai laghi di Mantova – rappresenta un patrimonio naturalistico e ambientale di valore internazionale e la zona umida interna più vasta d’Italia; dall’altro l’economia mantovana si basa storicamente su una priorità: l’agricoltura, che se è così florida e produttiva in queste zone, lo deve proprio alla ricchezza di questo suolo e all’abbondanza di acqua.

Ecco allora che emergono i primi tratti di un conflitto silenzioso, tra chi vorrebbe continuare ad usare l’acqua “liberamente” per sostenere l’attività più tradizionalmente distintiva della società mantovana, allevamento e agricoltura – fonte originaria della fortuna degli stessi Gonzaga, che proprio grazie alla fecondità di queste terre furono in grado di far emergere Mantova sullo scenario internazionale; e chi, dall’altra parte, vorrebbe conservarne il valore “naturale”, ecologico e paesaggistico senza compromessi, senza dover più giustificare la torbidità dell’acqua del Mincio, così limpida all’uscita dal Garda, così fangosa più ci si avvicina a Mantova. Torbidità che aumenta ad ogni immissione di canale o ruscello lungo il suo percorso, come l’Osone e il Diversivo, che sembrano essere collettori di tutti i ‘peccati’ dell’uomo, dallo sversamento degli anticrittogamici fino agli anni 2000 che provocarono la quasi totale scomparsa delle piante acquatiche, fino allo scarico diretto e incontrollato delle acque di scolo degli allevamenti.

I progetti sembrano esserci per ripristinare l’equilibrio e preservare il valore dell’acqua (sulla volontà, invece, si dovrà ancora indagare). A giudicare dalla varietà di proposte presentate sul sito del Parco del Mincio, quest’area sembra essere curata, protetta e studiata come pochi altri ecosistemi – ed effettivamente a seguito dell’inquinamento da anticrittogamici, si è cercato e si sta cercando ancora di ripristinare il canneto originale, riconosciuto come il miglior fitodepuratore naturale “in commercio”. È significativo anche il fatto che dopo molto tempo, per due anni di seguito il Lago Superiore abbia superato i test sulla qualità delle acque per potersi avviare ad un processo che ne dovrebbe ripristinare entro tre anni la balneabilità, vietata finora a causa delle concentrazioni di enterococchi intestinali e E.coli oltre i limiti di legge – che ci fa sospettare che forse qualche peccato tra il Garda e Mantova venga commesso veramente.

Poi però la narrazione sembra interrompersi – proprio come il flusso del Mincio – al Ponte dei Mulini, quell’opera di ingegneria idraulica che divide il Superiore dal Lago di Mezzo e Inferiore e che ne regola i livelli e la portata. Perché allora, se l’acqua è la stessa che dal Mincio al Lago Superiore fluisce verso gli altri due e poi fino al Po, si parla solo di balneabilità del primo?

Da questa domanda bisognerà ripartire nel prossimo giro di raccolta di testimonianze, per capire se siano fondati i sospetti che il SIN (Sito di Interesse Nazionale “Laghi di Mantova e Polo Chimico”) abbia un ruolo importante nel determinare i rapporti della città con le proprie acque. Aver percepito il ruolo di frontiera, fisica e mentale, del Ponte dei Mulini è sicura. 

Caterina Bracchi, PhD student Università Cattolica di Brescia 

Mantova 20.8.2020

Riverscape

Alessandro Massarente, architetto dell'Università di Ferrara e referente per la ricerca 'fiumi e città' (Adigetto di Rovigo) ci segnala questo importante

evento avente un tema (PO RIVER REGAINED. THE NEW PIACENZA LANDSCAPE) molto vicino ai nostri scopi; il tutto si trova qui  https://landscapeofflimits.com/ 

Rivers Lost Rivers Regained. Rethinking city-river relations, un bel libro storico-sociologico

https://docs.google.com/viewerng/viewer?url=https://upittpress.org/wp-content/uploads/2019/07/9780822944591exr.pdf è il link all'introduzione, ad accesso libero, del libro curato da Knoll et al. (2017) per i tipi della Pittsburgh University Press. Per altro con un costo della versione cartacea abbordabile. L'introduzione come sempre presenta un medaglione per ciascuno dei saggi; si tratta di un libro di storia che però si spinge a descrivere fiumi e città fino ai giorni nostri. Contiene anche alcuni spunti utili - approcci o modelli - per capire meglio l'interazione fiumi e città. Dopo la doverosa premessa coevolutiva (guardare fiumi e città come reciprocamente influenti nel corso dei secoli), fa un passaggio critico sulla tendenza a privilegiare studi di carattere culturale, trascurando le importanti funzioni materiali dei fiumi. Non che gli aspetti simbolici siano da eliminare - sappiamo infatti che lo studio avviene sempre attraverso frame culturali - quanto da contemperare con altri modelli. Ne elenca quattro: 1) modello funzionale inaugurato da von Thünen che vede i fiumi come connessioni con l'hinterland, tali da disegnare un bacino di influenza e approvvigionamento; 2) approccio organicista, basato sul metabolismo urbano, che permette di misurare flussi di materia, energia e informazione in entrata e uscita dalla città e i relativi controlli, fonte di potere; 3) la prospettiva della longue durée che interseca fattori stagionali, morfologici e infrastrutturali dei fiumi individuando periodizzazioni e cesure, la più importante delle quali è lo sviluppo enorme del trasporto su rotaia e gomma con il ridimensionamento di quello fluviale, Ciò permette anche di identificare 'cicli di vita' dei fiumi, 4) interfaccia e connessioni fra il mondo naturale e quello sociale. Il fiume come 'sito socio-naturale' che sviluppa continuamente costellazioni di pratiche umane e arrangiamenti biomateriali. Pensiamo alle conseguenze della costruzione di una diga o di un porto fluviale, per esemplificare. Nell'introduzione ci sono tutti i riferimenti bibliografici per approfondire.  Il libro contiene una sua ipotesi, rappresentata dal titolo: fiumi persi, fiumi riguadagnati. E' un'iidea che sta alla base anche della nostra ricerca: fiumi ridotti a poche funzioni, per altro sottratte alla collettività (ad es. con privatizzazioni delle agenzie idriche), hanno visto negli ultimi decenni un ritorno di attenzione, spesso innescato dalla società civile sia come protesta sia come proposta di nuove valorizzazioni ... ricreazione ovviamente ma anche funzioni (socio-)ecologiche. Il saggio sul Tamigi di Vanessa Taylor è esemplare in questo senso (di Giorgio Osti).   

Riconnettere fiumi e persone

di Elisa Cozzarini

Let it flow, "fai scorrere": è questo il titolo della rivista (al primo numero) pubblicata dal progetto europeo di ricerca AMBER, che coinvolge enti, università e organizzazioni non governative, ed è finanziato dal programma Horizon 2020. L'Italia è presente con il Politecnico di Milano. L'obiettivo del progetto è ripristinare la connettività dei corsi d'acqua individuando le migliori strategie di gestione di dighe e sbarramenti, per massimizzarne i benefici (per esempio nel caso di impianti idroelettrici e sistemi irrigui) e diminuire il più possibile l'impatto ambientale. E, nel caso di sbarramenti non più utilizzati, rimuoverli.

Con la creazione del primo Atlante degli sbarramenti in Europa, una mappa virtuale dove sono indicati grandi dighe e barriere di dimensioni inferiori, i ricercatori hanno disegnato un quadro della situazione dei corsi d'acqua europei, evidenziandone la frammentazione. Sono stati contati 680mila ostacoli e, a partire da questo primo dato, ne sono stati stimati oltre un milione. Ci sono infatti zone, molte in Italia, di cui non si dispongono informazioni complete. La conoscenza del numero e tipo di sbarramenti è fondamentale per pianificare una strategia di gestione finalizzata a migliorare la connettività fluviale.

Ma perché è così importante riconnettere i corsi d'acqua europei? Il commissario europeo all'ambiente, agli oceani e alla pesca, il lituano Virginijus Sinkevičius, afferma, nel messaggio di saluto in apertura alla rivista di AMBER: «Oltre il 60% dei fiumi, laghi e zone umide dell'UE sono in uno stato ecologico povero, in parte a causa della frammentazione degli habitat e la perdita di connettività. Per migliorare la loro salute, dobbiamo ripristinarne l'unitarietà».

Un fiume che scorre senza incontrare ostacoli favorisce la biodiversità, perché per esempio consente ai pesci di migrare secondo la loro natura e di riprodursi come facevano un tempo le anguille e i salmoni. Ma non pensiamo solo ai pesci: le acque libere hanno trasportato a valle i sedimenti che hanno costruito le nostre coste. Da quando il loro corso è stato interrotto, non svolgono più questo servizio e lo vediamo al mare, dove ogni anno è necessario provvedere a costosissimi ripascimenti per salvare le spiagge e il turismo balneare. La ricerca di efficaci e innovativi strumenti di gestione dei corsi d'acqua è tanto più importante oggi, nel contesto della crisi climatica, perché le portate dei fiumi sono già mutate e muteranno.

Il sottotitolo del giornale di AMBER, Reconnecting people with rivers, vuole sottolineare anche l'importanza del coinvolgimento della cittadinanza nella gestione dei fiumi. Far crescere una comunità di persone che a vario titolo si interessano di corsi d'acqua, con passione e competenza, è un altro obiettivo di AMBER.

Se ho accettato di partecipare al progetto di ricerca sul legame tra fiumi e città coordinato dal prof. Giorgio Osti, è anche perché sono convinta che nel nostro paese sia necessario aumentare la conoscenza delle dinamiche fluviali e di come noi umani interagiamo e abbiamo interagito con i corsi d'acqua che scorrono vicino a noi, più volte interrotti e non riconnessi. La mia ricerca si concentrerà sul Noncello, il fiume che attraversa e dà il nome a Pordenone. Un fiume di risorgiva, che nasce magicamente dalla terra e conserva molti misteri da scoprire.

 Il sito di AMBER: https://amber.international/

Ritrovare il Tevere: processi di produzione del sito tra conflitti e retoriche

Francesco Aliberti (Università degli Studi di Roma “La Sapienza”) Elisa Avellini (Università degli Studi di Roma “La Sapienza”)  
La città di Roma è continuamente soggetta a negoziazioni riguardo ai tratti culturali più “autentici” da (ri)produrre e presentare, ponendosi al centro di una mobilità di corpi, oggetti e idee che si inseriscono in ideascapes su scala globale. Il fiume Tevere sembra però essere stato escluso da tali dinamiche, e anzi viene raccontato attraverso la retorica del “perduto” che sottolinea la sua “uscita” da Roma a causa della costruzione di corpi mediatori, i muraglioni, che lo pongono a una quota estranea alla città. L’associazione Tevereterno, per recuperare il territorio fluviale, lo ha reso un luogo di “cultura”, affidandosi al noto artista sudafricano William Kentridge. Attraverso un murales dall’essenza volontariamente effimera (scomparirà nell’arco di pochi anni), lungo 500 metri e alto quanto i muraglioni, l’artista e l’associazione hanno avviato un processo di produzione del sito volto a costruire e valorizzare risorse da sfruttare a livello turistico, generando diversi conflitti. Il principale riguarda quale tratto culturale sia “degno” di occupare quella parte del fiume: l’estetica e la storia della città, secondo l’associazione; il commercio, secondo i venditori locali che solitamente occupavano quello spazio durante l’estate. Nonostante i venditori, legittimati dalle istituzioni, fossero venuti incontro alle istanze culturali organizzando eventi di natura artistica, sono stati costretti a spostarsi. L’etnografia può mostrare come il fenomeno metta in mostra le capacità dell’opera d’arte di oggettivare una risorsa culturale romana (la sua epica storica) in una nuova forma di identità (effimera, decadente e anticamente trionfale), essenzializzando questi tratti e destoricizzandoli. Attraverso il confronto interdisciplinare con architetti e urbanisti, è possibile osservare come il progetto possa utilizzare strumentalmente pratiche quotidiane (reali o supposte) allo scopo di (ri)colonizzare parti di città, creando mobilità turistica multi-scalare (cittadina, nazionale, internazionale), così da (ri)inserire il Tevere dentro Roma entro una retorica del “perso e ora recuperato” però pur sempre attraversata da dinamiche conflittuali di accettazione. Bibliografia di riferimento: Appadurai, A. (1996), Modernity at Large. Cultural Dimension of Globalization, Minnesota; Bourdieu, P. (1979), La Distinction. Critique sociale du jugement, Paris; De Certau, M. (1980), L’invention du quotidien, Paris; Gehl, J. (1971), Life between Buildings: Using Public Space, London; Simonicca, A. (2015), Cultura Patrimonio Turismo, Roma. 
Abstract presentato al IV Convegno Nazionale Società Italiana di Antropologia Applicata Politiche, diritti e immaginari sociali: sfide e proposte dell’antropologia pubblica Università degli Studi di Trento Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale via Verdi, 26 - Trento Trento, 19 - 21 dicembre 2016
 

Amici e cooperanti del Piovego (Padova)

Incontro con gli Amissi del Piovego e la cooperativa sociale Piovego 

Lunedì 6 luglio 2020 presso la sede in via San Massimo dell’associazione culturale e ambientalista padovana Amissi del Piovego, il Presidente Alessandro Campioni ha illustrato l’origine e la natura della suddetta associazione (http://lnx.amissidelpiovego.it/chi-siamo/). Rispondeva ad un invito rivoltogli da Giorgio Osti, coordinatore di due ricerche, una su ‘fiumi e città’ https://www.areefragili.it/storico-scuole-ricercazione/fiumi-e-città e l’altra sul volontariato ambientale https://www.areefragili.it/storico-scuole-ricercazione/volontari-di-fiume con particolare attenzione sempre ai corsi d’acqua. In qualità di collaboratori erano presenti anche Paolo Giardullo e Petra Muneratti.

L’associazione nasce nel 1980 in seguito alla scissone del Comitato Mura, creato nel 1977. Mentre quest’ultimo fu creato con l’intento di salvaguardare e portare attenzione sul più esteso monumento della città, l’associazione gli Amissi del Piovego nasce con due principali obiettivi correlati fra loro:

1)     tutelare e valorizzare il patrimonio naturale costituito dai canali di Padova,

2)     così come riscoprire e diffondere la voga alla veneta, che viene praticata dai membri dell’associazione a livello amatoriale.

L’impegno di salvaguardare i canali cittadini è in seguito ulteriormente sostenuto da una particolare volontà, espressa negli anni Novanta, di rivendicare i canali in quanto patrimonio ambientale e culturale.

Per quanto riguarda lo scopo di tipo sportivo-ricreativo della riscoperta della voga alla veneta, l’associazione si occupa anche del restauro di imbarcazioni tradizionali di piccola taglia, ormai quasi completamente in disuso.

Gli Amissi del Piovego mirano, inoltre, a sensibilizzare i cittadini riguardo l’importante ruolo svolto dai canali, non solo come elemento urbano ma in particolare come componente storico-naturalistica cardine per l’identità della città di Padova. Tale obiettivo si propone come iniziativa di contrasto al radicale scollamento avvenuto fra la popolazione e le acque cittadine.

In questo senso si inseriscono gli eventi organizzati dall’associazione in collaborazione con diversi partner, quali il Comitato Mura e la fondazione FAI (Fondo Ambiente Italiano).

Lo statuto dell’associazione prevede l’ottenimento dello status di socio grazie alla partecipazione alle attività espletate dagli Amissi del Piovego ed al pagamento di una quota associativa di sostegno alle funzioni degli Amissi, che non costituisce una moneta di scambio per l’accesso ai servizi proposti. L’adesione all’associazione allora non avviene per motivi strumentali (accesso privilegiato a servizi) o per darsi uno status, ma secondo il principio di ‘reciprocità’.

L’impegno in azioni di solidarietà sociale espresso dagli Amissi del Piovego negli ultimi anni, volto in particolar modo a disoccupati, rifugiati e carcerati in regime di semi libertà si è tradotto nel 2015 con l’istituzione della Cooperativa Piovego (inizialmente Piovego Pulito), grazie anche all’apertura di borse lavorative per la manutenzione dei canali cittadini da parte della Chiesa Valdese. Di questa ci parla in particolare Dario Smania, presidente, accompagnato da Pietro Gusso del direttivo degli Amissi.

Tale Cooperativa ha ricevuto un finanziamento strutturato da parte del FSE (Fondo Sociale Europeo) creato dall’Unione Europea e definito nel 1957 col Trattato di Roma. Tale fondo risponde alla volontà di ridurre le differenze inerenti ai differenti livelli di sviluppo economico tra gli stati membri ed è destinato ad iniziative sul territorio locale di inclusione delle categorie sociali meno qualificate e maggiormente esposte. A partire dal 2014 la gestione di una parte del Fondo Sociale Europeo è conferita alle Regioni.

La Cooperativa Piovego ha, inoltre, ricevuto il fondo inizialmente destinato agli Amissi del Piovego da parte della Fondazione Cariparo.

Nel 2018 ha preso vita il progetto “Valorizziamo i canali” grazie ad una collaborazione fra il Comune di Padova, la Cooperativa Piovego, gli Amissi del Piovego e il Dipartimento di Ingegneria industriale dell’Università di Padova. Tale progetto prevede l’impiego di disoccupati italiani e di immigrati di recente arrivo sul territorio del Comune di Padova.

Inizialmente previsto per la durata di un semestre, il progetto è stato in seguito rinnovato per altri 12 mesi, dall’1 agosto 2019 al 31 luglio 2020, considerato il successo ottenuto sia in termini di risultati materiali che sociali.

L’attività della Cooperativa, inoltre, è strettamente legata al Laboratorio di analisi dei Sistemi ambientali del Dipartimento di Ingegneria industriale, il quale si occupa di definire dei modelli matematici di analisi dell’ecosistema fluviale. Questo legame spiega la nascita della Cooperativa in quanto incrocio di saperi che si riconoscono nell’ingegneria naturalistica.

La Cooperativa Piovego si pone dunque due differenti obiettivi, uno sociale ed uno ambientale. La cooperativa espleta una funzione sociale in termini di servizio per i residenti del Comune di Padova e di formazione dei lavoratori membri della Cooperativa stessa. Per quanto riguarda la sua funzione ambientale essa si pone l’obiettivo di tutelare il verde che abbonda lungo i canali e della raccolta dei rifiuti presenti sulle loro sponde e i fondali. In particolare, l’obiettivo di formare i lavoratori corrisponde alla volontà di sopperire ad una mancanza presente nelle attività delle grandi utilities del territorio e anche da parte degli operatori comunali. Volendo ci sarebbe un terzo obiettivo di tipo culturale e educativo, condiviso ampiamente con l’associazione.

L’incontro si conclude con un meraviglioso viaggio con una barca di servizio della cooperativa lungo il Piovego. Dario e Pietro durante il percorso – circa un terzo del triangolo che il Piovego forma attorno alla città (https://emanuelemartino.wordpress.com/acqua-e-citta/padova-e-le-sue-acque/il-canale-piovego) – ci illustrano sia aspetti storico-architettonici (su tutti il Portello) sia aspetti socio-ambientali meno edificanti, come la ciclica presenza di rifiuti o la costante presenza di accampamenti di fortuna di homeless.

 La peculiarità della cooperativa sta nel tenere assieme davvero tante cose molto diverse: i prelievi dei campioni di acqua per conto dell’università, la pulizia delle sponde dai rifiuti per conto delle utility, l’accoglienza e il lavoro a persone in difficoltà per conto di altre organizzazioni sociali. Senza contare l’essere il braccio operativo degli Amissi del Piovego. In una integrazione dentro il terzo settore davvero interessante.

di Petra Muneratti (petra8168@gmail.com)

 

La prospettiva offerta dal canale ha permesso di osservare aspetti normalmente non visibili ma presenti. Si tratta di alloggi di fortuna più o meno stabili che, non raramente si associano ad inquilini dediti al consumo di stupefacenti, ma anche di rifiuti che si accumulano (bottiglie, imballi alimentari fino a biciclette e carrelli della spesa) sulle sponde e sui fiumi. Sono elementi che si presentano lì, proprio in virtù del fatto che si tratta di un’area nascosta, non visibile e lasciata vivere a sé stessa. Assieme alle specie vegetali che proliferano anche altre formazioni trovano uno spazio interstiziale in cui inserirsi, appunto homeless e rifiuti. Un punto di vista meno scontato per leggere queste criticità ci viene dall’osservazione delle relazioni della città con i propri canali. Quello che è visibile adesso è una disconnessione della città e di molte sue attività da quella che è stata per secoli un’importante infrastruttura urbana.

I canali attualmente presenti sono solo una parte di una rete più complessa che innervava la città. La società urbana di Padova era stata sempre e comunque connessa alle acque; i canali erano una possibilità per i trasporti, una fonte per l’approvvigionamento idrico ed energetico su cui l’economia cittadina ha poggiato le proprie basi. Da una breve scorsa alla storiografia urbana raccolta da volontari e appassionati (qui un esempio), anche quando sono venute meno le esigenze difensive soddisfatte dai canali e dalle fosse, sono rimaste per un certo periodo le funzionalità legate al sostentamento delle attività produttive della popolazione. Padova ha mantenuto fino a tutta la prima metà del ‘900, e in misura minore anche in seguito fino agli anni ’70-‘80, una relazione privilegiata con i canali soprattutto come infrastruttura di trasporto merci e persone. Oramai sono in disuso per questa funzione essendo stati soppiantati dal trasporto su gomma. Compatibilmente, anche la manutenzione della rete infrastrutturale dei canali, per ragioni funzionali, era di tipo ordinario. Dai colloqui avuti durante l’incontro emerge come questa ordinaria manutenzione sia venuta meno per anche per un problema di assunzione di responsabilità: chi se ne deve prendere cura? La tutela dei corsi d’acqua è stata praticamente dimenticata nella parcellizzazione dei servizi ambientali.

A grandi linee, potremmo descrivere la traiettoria del presidio ambientale nella città di Padova, come una specializzazione e parcellizzazione dei servizi in larga misura appaltati all’esterno con contratti di tipo commerciale. La gestione dei rifiuti e quella del verde diventano servizi da vendere sul mercato, in cui la logica del profitto aumenta la necessità di organizzare il lavoro in maniera economicamente competitiva. Separandosi dalla gestione pubblica, nel caso di Padova la divisione delle competenze ha portato ad un disinteresse nei confronti della gestione dei canali: poco convenienti, poiché sottoutilizzati, e con alti costi di manutenzione, hanno portato ad un conseguente stato di abbandono. Eppure, i canali sono lì, conservando solo la funzione di deposito di rifiuti per via dello scarico delle acque di scolo e di rifugio per i specifici gruppi ai margini.  La Cooperativa Piovego tenta di ricomporre alcuni tratti di un legame che potremmo definire simbiotico e che, attualmente, è solo marginale. Come testimoniato nel corso della nostra interazione durante la navigazione, uno dei fini degli operatori della cooperativa è promuovere l’uscita della gestione dei canali da una logica emergenziale; gli interventi a tutela dei canali a seguito di eventi drammatici come le alluvioni portano ad agire in fretta senza considerare una pianificazione di più lungo termine. La manutenzione ordinaria non dovrebbe essere dimenticata, stando alle parole che abbiamo raccolto, poiché pulizie, potature delle piante, rimozione di masse ingombranti dai canali previene rischi e una migliore gestione dei bacini idrici presenti nell’area tra le province di Padova, Vicenza e Venezia.

Questi racconti evidenziano una relazione che è sottotraccia. Allo stato attuale la relazione con i canali che a lungo ha caratterizzato il contesto di Padova si è persa nella sua forma originaria, perdendo così anche il rapporto simbiotico con le acque e gli spazi blu. Attori come la Cooperativa Piovego e gli Amissi del Piovego tentano di ri-unire quello che altrimenti sembra destinato a restare diviso sia nella gestione delle vie d’acqua sia nella relazione dei cittadini con il proprio territorio.

Resta da domandarsi che forme ha mantenuto la relazione con queste infrastrutture idrauliche. Una parte di queste ha assunto un valore differente dando forma ad una ben diversa relazione con il territorio da parte della popolazione. Se prima potevamo avere una relazione di scambio tra la tutela della sicurezza dei canali per ragioni di navigabilità e di prevenzione, oggi abbiamo una relazione con lo spazio definito dagli argini. Pur essendo parte integrante dei canali, sono diventati una sorta di parco urbano. Passeggiare, fare dello sport, socializzare davanti ad un aperitivo sono pratiche che fanno popolare alcuni argini della città. La configurazione che assume questo processo di ri-territorializzazione è dunque orientata al loisir. La simbiosi non è più presente come lo era prima. Da questo prima esplorazione appare chiaro che vi sia una ridistribuzione della fruizione di questa risorsa e, si direbbe, tagliata diversamente a seconda delle tipologie di attori sociali: le persone ai margini sembrano mantenere una relazione più forte sebbene non simbiotica, ottenendo dai canali riparo e, in parte, vivendone uno spazio. Ne sono sfruttate solo alcune sue parti come la capacità di assorbire rifiuti (siano acque di scolo o rifiuti solidi) dalla città e il loisir da una quota consistente della popolazione urbana ma in questo caso lo scambio non esiste più. Resta l’usufrutto di una infrastruttura, certamente che non si approssima ad una relazione simbiotica ma ad una più consueta forma di sfruttamento del territorio.

di Paolo Giardullo (paolo.giardullo@unipd.it), sue anche le foto